Delmoro, il track by track dell’album d’esordio “Rendez-vous”

Delmoro, il track by track dell’album d’esordio “Rendez-vous”

19 Febbraio 2021

Delmoro sarà disponibile dal 19 febbraio nei digital store con il suo album d’esordio di intitolato Rendez-vous (Carosello Records).

Rendezvous significa genericamente incontri. Ho scelto questa parola perché ha un duplice valore: il primo è esortativo ed è semplicemente l’idea che mi è rimbombata nella testa per tutto il 2020, la voglia di non lasciarsene scappare uno, come quando ti manca l’aria. È il lato positivo del disco, legato anche alla sonorità più presa bene e festaiola/dancefloor che lo caratterizza. Vuole condensare tutta quella energia potenziale di cui mi/ci siamo caricati per tutto il 2020 e che forse potremo esprimere presto. Il secondo valore ha più a che fare con la nostalgia, visto il sapore demodè della parola, che si porta dietro delle riflessioni sul significato stesso di incontri, quelli passati, sul significato della distanza, forse incolmabile tra le persone e sempre presente nelle mie canzoni. Ha anche a che fare con il senso di aspettativa/delusione degli incontri stessi, come quando vai ad una festa (rendezvous sono soprattutto quelli “di rappresentanza”) e ne sei deluso, finendo per sentirtene distaccato. 

Tra la tua schiena e gli scogli

Questo brano è forse la dichiarazione d’intenti dell’intero album. C’è la voglia di mettere da parte per una volta la malinconia e cercare di cristallizzare in canzone quegli attimi di pura contemplazione di fronte ad una persona che ti sorprende con il suo semplice essere, con i suoi gesti apparentemente normali ma speciali per te, sensazioni amplificate da un contesto marittimo un po’ sospeso nel tempo e da dei riferimenti sonori che vanno a pescare nell’house di inizio ’90, soprattutto di matrice italiana, quella che ha dato vita ad un intero movimento culturale e che cercava la “presa bene” tra un beat della Roland 909 e l’altro.

Lanthimos

Lanthimos è un brano scritto poco prima del lockdown, ma a sentire l’incipit sembra che sia in qualche modo correlato con la strana e terribile esperienza che stiamo ancora vivendo. Parla di risveglio, di voglia di tuffarsi in una nuova estate ma con ancora la mente ed i sensi sopiti da un inverno che ci lascia inesorabilmente più vecchi di un anno. Si parla di un’ennesima relazione abbandonata a metà, e di tutti i pensieri e “film mentali” che si protraggono assieme ai se e ai forse. È un brano a tinte calde, dal sapore pop-funk e con richiami al sound elegante della disco anni ’90. Il titolo “Lanthimos” assume un doppio significato: un suono esotico, quasi da isola greca che si associa bene al mood sonoro del brano, ma con il riferimento a Yorgos Lanthimos, regista famoso per i suoi film particolarmente criptici come “The Lobster”, criptici come quelle storie d’amore sospese che ci capita, forse sempre più spesso, di vivere.

L’importante

Come dice il titolo, in questo brano c’è la necessità di fare un punto sulle priorità, forse dovuta al periodo un cui è stato scritto, ovvero nel pieno del primo lockdown. La struttura segue un po’ un flusso di coscienza e concatena pensieri e considerazioni sopra un beat sincopato e affannoso, che sfuma nel pre-ritonello, dove è una distrazione, l’ennesima, ad avere la meglio. Poi nel ritornello si afferma il pensiero chiave del pezzo: in un momento dove tutto ciò di astratto sembrava perdere di ruolo e importanza, forse la propria voce, per un cantate, rimane davvero l’ultimo appiglio per sentirsi vivo.

Allodole

La caccia alle allodole viene fatta usando uno strumento (proibito dalla legge) formato da una o più palette di specchi che girano. Questo strumento, illuminato dal sole, inganna le allodole e le attira nella rete preparata dai cacciatori. Da qui, l’espressione figurata “specchietti per le allodole”. Riportata alle situazioni più comuni e di vita contemporanea, credo sia una bella immagine per descrivere un certo comportamento sociale, dove per “palette di specchi” si intendono schermi dei telefoni e alter-ego digitali, e per “allodole” un (sempre più ipotetico) pubblico. Quanto questo ha a che fare con l’immaginazione? Quanto con l’inganno? E quanto ci fa sentire soli?

Il cielo se ne frega

Il tema in questione è molto chiaro: la spinosa vita quotidiana durante il lockdown. Ho pensato a lungo se fosse giusto e sensato inserire dentro il disco un testo di cronaca, nato abbastanza di getto, per cui sicuramente parziale e incompleto, per di più forse scomodo per quando si vorrà solo voltare pagina e guardare avanti. La verità però è che riascoltandolo per tutti i mesi successivi, mi sembrava che, come molti dei miei brani, fosse un’occasione specifica che potesse portare a considerazioni più generali, universali. Queste considerazioni universali hanno a che fare con il sistema sociale ed economico di matrice neoliberista, poiché credo che la gestione diversificata della pandemia dei diversi paesi abbia mostrato esiti più fallimentari laddove i princìpi neoliberali regnano più forti, mentre, soprattutto nella prima fase, le risposte di una politica più comunitaria ed incentrata al senso comune abbiano dimostrato di avere ancora senso e forza necessaria per affrontare qualsiasi avversità generalizzata. Il tema è ben lungi da essere risolto con queste poche frasi, sarei contento di riprenderlo se e quando mi verrà richiesto.

Aria

“Aria” è una sorta di continuazione di “tra la tua schiena e gli scogli”, sia nel mood sonoro che nel testo. Qui però il testo si fa più malinconico, più incentrato sul ricordo. La relazione protagonista è matura, colta in un momento di difficoltà, di impasse, forse derivata dal tempo, dal non sentirsi più allineati. Però ad un certo punto arriva un suono, che porta la mente in dietro nel tempo, esattamente a quella sensazione descritta in “Tra la tua schiena e gli scogli”, e così ritorna la forza, la voglia di uscire da questa impasse. Ed è così che le considerazioni cambiano, ed anche un silenzio acquista un valore più duraturo, perché maturato col tempo, rispetto ad una estate che “la guardi ed è già finita”.

Rivedermi

Se “Aria” è la seconda parte di “tra la tua schiena e gli scogli”, allora “Rivedermi” fa coppia con “Allodole”. Qui però il tema del social-media e degli schermi di telefoni è più riflessivo che relazionale. Come quando trasferisci la memoria da un telefono ad un altro, e tutti quei file sembrano la tua vita intera, e che quello sia il tuo unico lascito nel mondo. Poi, riguardandoti nelle vecchie foto, ti ritornano in mente anche tutte le convinzioni, i desideri e le ambizioni che ti guidavano in quel momento, prima dell’ennesimo errore che ovviamente non sapevi ancora di stare per compiere. Ma poi a volte basta un incontro a rendere ogni errore giustificabile e addirittura ripetibile.

In fondo

Questo brano mescola parti più oniriche con un altro tema a me caro: quello del ritorno, che sia da un viaggio, o da un’esperienza. Giocoforza, questo tema se ne porta dietro un altro, quello di “senso di casa”. Negl’ultimi 7 anni ho vissuto in tre paesi diversi, e la domanda “che cos’è casa?” Me la sono fatta centinaia di volte, domanda che per me rimane ancora senza risposta. Mi sono accorto che spesso  si parte con valigie emotive pesanti, difficili da disfare, o magari si parte per fuggire da qualcosa, ed il più delle volte ci si ricasca dentro.

A tu per tu

“A tu per tu” è una sorta di remainder personale per tutte quelle volte che cerco di essere quello che non sono, che cerco di adeguarmi ad uno status quo che mi sembra far prevalere la forza, il risultato e il successo piuttosto che il processo del fare le cose, che quasi sempre è fatto di esperimenti, errori, divagazioni, considerate non proficue e delle perdite di tempo. Se smetto di inseguire il processo e mi concentro solo sul risultato, magari lo riuscirò ad ottenere, però non saprò più dirmi chi sono quando arriverà quel momento della resa dei conti con me stesso.

Casa nuova

Il brano conclusivo del disco riprende il tema di “In fondo”, sviluppandolo di più. C’è un riferimento a “Vendo casa” di Battisti, perché lo scrissi in una casa a Milano che sapevo sarebbe stata temporanea, dopo la rottura di una relazione molto importante. L’espressione “è la ventesima che cambio” non è un’iperbole, ne ho cambiate proprio venti in 15 anni! Poi il brano parla anche dell’accanimento con cui spesso si affronta la fine di una relazione, che in me lascia solo un senso di prostrazione e di incapacità di reagire.