INTERVISTA: Brent Steed “oggi mi sento più libero!”

E’ uscito lo scorso 29 novembre in digital download, su tutte le piattaforme streaming e in formato fisico Jungleheart, il nuovo disco di Brent Steed. In occasione di questa pubblicazione lo abbiamo intervistato e ci ha rivelato aspetti importanti di questo nuovo progetto.

Federico Sadocco, meglio conosciuto nel panorama fantasy musicale come Brent Steed, nasce a Padova il 6 febbraio 1984. Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza impara a suonare pianoforte e chitarra e inizia a comporre le prime canzoni. Il 21 dicembre 2012 esce il suo primo disco ufficiale, il concept album Horror Avenue N. 7, definito dallo stesso autore “UFO Space Rock. Una miscela di hard rock, pop e una spruzzata di elettronica trainata dall’ironia pungente dei testi che si districano tra temi sociali, incontri ufologici, spiritualità e parapsicologia.” L’album è autoprodotto, scritto, suonato, cantato e mixato dallo stesso Steed, affidando il mastering al noto sound engineer Cj Jacobson e l’artwork alla pittrice veneziana Elisabetta Guarino. Il 7 dicembre 2017, dopo cinque anni di silenzio, Brent Steed torna con il singolo dal sapore natalizio Christmas Home e, a gennaio 2018, presenta il brano Hellybook, title-track del nuovo disco, uscito a febbraio dello stesso anno. Il 29 novembre 2018 pubblica l’EP Jungleheart.

INTERVISTA Jungleheart Brent Steed

Jungleheart è stato interamente scritto, composto e prodotto da Brent Steed, che ne ha anche curato la registrazione. Oltre alla line-up principale, nel disco si alternano diversi ospiti: su 24 duetta infatti con Elisabetta Montino e con il flauto traverso di Francesca Stella, mentre in Get Your Price Down si avvale della collaborazione della sezione percussiva di Silvya.  Tutte queste parti sono state registrate da Luca Panebianco al Pink Sound Studio di Padova.

<<“Jungleheart” è un lavoro intimo. – Racconta Brent Steed ­­– I testi prendono spunto da ciò che ho vissuto realmente: in particolare mi sono focalizzato nel raccontare delle sensazioni che ho provato durante alcuni momenti difficili e complicati degli ultimi due anni, e questo rende l’atmosfera dell’EP piuttosto cupa e drammatica, ma anche onesta e autentica. Le parole che canto sono quelle che avrei voluto io stesso sentirmi dire in quei precisi momenti, perché penso sia d’aiuto ascoltare qualcuno che esprima artisticamente le stesse emozioni che si provano. Quindi è questo quello che spero profondamente, e cioè che chi ascolta possa ricavare delle sensazioni che possano farlo sentire compreso.>>

Intervista

1. Chi è Federico Sadocco, alias Brent Steed, e cosa lo ha avvicinato alla musica? 

E’ stato intorno ai 12 anni che ho notato questa mia attitudine alla composizione. Ogni tanto infatti mi venivano in mente motivetti o idee, così dal nulla mentre facevo tutt’altro. Mi sembrava una cosa normale così all’inizio non ci facevo troppo caso. Poi però quando ho notato che questo “disturbo” persisteva con una certa frequenza ho iniziato a usare un piccolo registratore a cassette per appuntarmi tutte le idee che mi venivano. Avrei voluto portarmelo sempre dietro ovunque andassi ma non trovavo mai posto, e quindi spesso rimaneva a casa. Insomma mentre ero in giro, a scuola o impegnato a fare altro improvvisamente mi si creavano nella mente dei giri, dei riff e allora me li ripetevo mentalmente un po’ di volte e una volta a casa mi precipitavo a registrarli sul nastro canticchiandoli. Conservo ancora oggi quel registratore, così come tutte le cassette con gli appunti che ho creato negli anni. Ora costituiscono una prova dei miei psicopatici “viaggi mentali” musicali! (ride)

2. “Jungleheart” è il titolo del tuo terzo album, lo definisci come un album molto introspettivo, raccontaci meglio quali temi hai affrontato nei sei brani che compongono il disco.

Il disco è molto personale perché parla del rapporto che ho con me stesso, cioè disastroso (ride). A parte gli scherzi, penso che ogni esperienza – soprattutto quelle più dolorose – ci faccia comprendere una parte in più di noi stessi. Non possiamo conoscerci bene se non affrontiamo le nostre sfide, le nostre sofferenze. Così impariamo davvero a vivere liberi, cioè quando proviamo che quella certa situazione era importante che noi la vivessimo perché era lì per farci crescere.

3. Da “Horror Avenue N. 7” a “Jungleheart” come è cambiato il tuo modo di esprimerti attraverso la musica?

Ho sempre avuto questo desiderio di sperimentare musicalmente, ed è qualcosa che posso fare adesso grazie a dei mezzi che molti anni fa non avevo. Mi sento più libero.

4. Ci sarà occasione di poter ascoltare live il disco?     

Non è per niente una cosa semplice mettere insieme una band di un genere non ben definito e con un cantante maniacale che vuole decidere tutto lui! (ride) comunque se ci sarà occasione ve lo farò sapere. Dai, non sono così terribile. Tenete d’occhio la mia pagina facebook comunque!

Ora mando un saluto alla redazione e un grosso abbraccio ufo space rock a tutti quelli che avranno avuto la pazienza di seguirmi fin qui. Presto ci saranno delle interessanti novità…