Sanremo Arcobaleno

Non si ascolta bene che con il cuore

Cala il sipario sulla 67° edizione del Festival di Sanremo, e mentre Occidentali’s Karma si appresta a diventare il mantra di buona parte della popolazione italiana, noi continuiamo a parlare di abiti.


Cinque giorni di giudizi crudi dati da fondamenti storici, un pizzico di buona fantasia e la ricerca del buongusto.
Tra outfit discutibili, vestiti scintillanti e qualche mise azzeccata, c’è una cosa che abbiamo apprezzato, di ogni concorrente: la scelta di affermare la propria identità.
Maria De Filippi è stata un’altalena per i giudizi e tra bello e non bello si è mostrata per la grande presentatrice che è, piena di professionalità. Carlo Conti è stato un ottimo padrone di casa vestito da impeccabile damerino, con abiti eleganti ma non audaci, al contrario della decisione di condurre insieme alla Regina di Mediaset.
Dai vestiti Melampo che castigavano Chiara agli smoking nude look di Paola Turci, sul palco dell’Ariston è passato di tutto.

I completi di Masini erano opinabili, quelli di Zarrillo troppo classici, quelli di Moro troppo sciatti e quelli di Bernabei erano semplicemente troppo.
Lo stile urban con cui si esprime Clementino è agli antipodi dei maglioncini in serie di Gabbani, vanto di un’ironia virale.

Fiorella Mannoia rimane fedele al suo gusto vestendo Antonio Grimaldi, Michele Bravi vuole lanciare il felice trend di mettere origami nelle pochette.
Bianca Atzei e Lodovica Comello sono innamorate della moda vintage, tra vestiti di Antonio Marras che ricordano gli anni ’50 ed abiti Vivetta che richiamano nostalgici le creazioni Schiaparelli; Elodie veste invece le ultime collezioni e accenna ad un avant-couture in un abito Wunderkind.
E se è vero che la moda rispecchia il nostro essere, abbiamo visto sul palco infinite anime con infinite storie da raccontare. Anime oltre la gara, più eloquenti delle loro canzoni.
Tra un spacco vertiginoso della Leotta e un tweet infelice della Balivo hanno partecipato Sergio Sylvestre, un ragazzo americano nato da madre messicana e padre haitiano, ed Ermal Meta, un cantautore albanese.

Sono stati chiamati come ospiti due omosessuali dichiarati del calibro di Tiziano Ferro e Ricky Martin.
Maria ha deciso di non scendere le scale, di indossare i pantaloni, e di donare un mazzo di fiori ad un uomo.

In questo trionfo della diversità, ciò che ha messo d’accordo (quasi) tutti gli artisti è stata la scelta di vestire italiano: da Salvatore Ferragamo a Riccardo Tisci per Givenchy passando per Armani ed Etro, gli abiti di questa edizione del Festival hanno permesso ai partecipanti di mostrare democraticamente i colori della propria anima, perché, come canta la Mannoia “qui nessuno è diverso e nessuno è migliore”.

Ed è questa la potenza della musica, capace di unire abbattendo i muri e costruendo ponti.
Talmente potente da far chiudere un occhio anche a noi, che tra un “oddio ma che si è messo?” e un “non le dona per niente!”, decidiamo di promuovere tutti a pieni voti.

Perché se qualcuno “pensa che un colore è migliore e deve avere più diritti di un altro, o che un arcobaleno è pericoloso perché rappresenta tutti i colori, peggio per lui. Lo lasciamo senza musica”.

di Alessandro Paolini e Vanessa Calvano